Ricordo di Sciascia

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Tra le tante sciocchezze che girano in rete, soprattutto in questo scorcio d’autunno, mi è capitato di leggere l’incipit di un articolo di Leonardo Sciascia scritto per Il Globo il 24 luglio del 1982.  Così il Nostro: «Direi che il dato più probante e preoccupante della corruzione italiana non tanto risieda nel fatto che si rubi nella cosa pubblica e nella privata, quanto nel fatto che si rubi senza l’intelligenza del fare e che persone di assoluta mediocrità si trovino al vertice di pubbliche e private imprese. In queste persone la mediocrità si accompagna ad un elemento maniacale, di follia, che nel favore della fortuna non appare se non per qualche innocuo segno, ma che alle prime difficoltà comincia a manifestarsi e a crescere fino a travolgerli. Si può dire di loro quel che D’Annunzio diceva di Marinetti: che sono dei cretini con qualche lampo di imbecillità: solo che nel contesto in cui agiscono l’imbecillità appare – e in un certo senso e fino a un certo punto è – fantasia. In una società bene ordinata non sarebbero andati molto al di là della qualifica di “impiegati d’ordine”; in una società in fermento, in trasformazione, sarebbero stati subito emarginati – non resistendo alla competizione con gli intelligenti – come poveri “cavalieri d’industria”; in una società non società arrivano ai vertici e ci stanno fin tanto che il contesto stesso che li ha prodotti non li ringoia».

Premetto che considero Sciascia uno dei giganti della letteratura italiana, con una fama oscurata soltanto da una lettura approssimativa del famoso articolo “I professionisti dell’antimafia” apparso sul Corriere della Sera il 10 gennaio 1987. In quell’occasione, lo scrittore di Racalmuto, sembrò agli occhi di un incauto sedicenne, attore compiaciuto del gran circo di polemiche che le sue parole avevano innescato tra quanti presto si sarebbero mostrati i veri professionisti del sotterfugio e della manipolazione. Paolo Borsellino fu soltanto l’esempio sbagliato di un ragionamento profondamente corretto nei principi e nella sostanza; bastava leggere con attenzione l’articolo incriminato e, magari, non soffermarsi al titolo e ascoltare le interviste dei noti maitre a penser in servizio permanente dei politicanti dell’epoca. Tuttavia, dal connubio corruzione-ignoranza, così ben delineato nell’articolo de Il Globo, non è difficile risalire al ruolo sociale di un’altra figura determinate, ovvero l’intellettuale non asservito a nessun potere. Per Sciascia l’intellettuale è colui che sa mostrare le tante pieghe di una sola verità e, lontano da dogmi preconfezionati, è financo capace di contraddirsi ma mai per mero calcolo. I fruitori di un così nobile servigio dovranno quindi saper cogliere gli squarci verso cui è proiettata una tale luce chiarificatrice e, per farlo, necessitano di una solida struttura mentale e culturale. Ragion per cui le società complesse in cui siamo immersi non dovrebbero tollerare comprensione approssimativa; dovrebbero bandire la mediocrità dal vivere quotidiano e lasciare che anche le persone più semplici e meno attrezzate culturalmente capiscano i meccanismi del mondo in cui vivono. Non sempre è così. Anzi, è vero il contrario. E non solo perché le masse da sempre, per essere portate al guinzaglio, vanno affogate nell’ignoranza lasciandole sfogare sui social con selfie, like e commenti che spaziano dalla parmigiana di melenzane alla teoria della relatività ristretta, ma perché a farlo sono personaggi, a loro volta mediocri, che in Italia comandano la baracca e si fanno ‘imboccare’ da intellettuali con la divisa da cameriere. Messa così, il ruolo di chi “imbocca” diventa seriamente determinante. Chi comanda può essere “stupido”, “ignorante”, “capra” per usare un epiteto caro ad un noto cabarettista esperto d’arte (cosi dicono…), ma per le regole del gioco democratico può non avere vita lunga e il costo che impone al Paese, seppur elevato rispetto a chi è in basso nella scala sociale, ha un sua data di scadenza. Il popolino conta niente e i suoi costi se li paga da sé. Resta l’intellettuale che, se decide di tradire il suo ruolo per restare seduto ai tavoli che contano, diventa il responsabile principale del degrado duraturo in cui versa il Paese che, come lo stesso Sciascia ammonisce in un altro suo scritto, è sempre la patria del “sistema don Abbondio”. Ma resta anche la speranza che un giorno qualcuno si svegli e decida di isolare il peso dei tanti professoroni farlocchi dal 47% di analfabetismo funzionale certificato dall’Ocse nelle scorse settimane, chiedendo loro conto (magari in moneta sonante…) per risarcire chi ha studiato seriamente e continua a farlo pur sapendo che in Italia non serve a niente.

 

Grazie Massimo Fini

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Ho avuto l’onore di conoscere Massimo Fini a Milano lo scorso 3 marzo alla presentazione del suo ultimo libro Una vita Un libro per tutti. O per nessuno. Se solo avesse deciso (lui o chi per lui) di presentare il libro un mese fa o tra un mese, sicuramente non avrei affrontato un’andata e ritorno da Milano in un giorno e poco più, senza preoccuparmi di trovare un posto dove dormire e scoprendo di avere ancora un po’ di quella sana incoscienza da adolescente che pensavo di aver smarrito con l’età. E se la bella ragazza di Casa Italo, anziché convincermi della bontà di una carta fedeltà da acquistare prima di salire in treno, avesse sostituito celermente il biglietto di ritorno, avrei concluso il mio momento particolare con un invidiabile record personale, aggiungendo un tocco di magia ad un pomeriggio già di suo straordinario. Perché Massimo Fini è esattamente l’uomo che emerge dai suoi scritti. Che se letti distrattamente e con i paraocchi ideologici con cui in Italia, beotamente, si spazia dal calcio alla cultura (quella dei Fazio, Saviano e compagnia cantante), portano dritto e di filato il sapientone di turno a formulare ridicole e fumose accuse di fondamentalismo irriverente, antisemitismo strisciante, misoginia esasperante, narcisismo infantile, giacobinismo d’annata, intravagliamento dell’ultim’ora (termine usato da un livoroso Aldo Grasso – presente alla serata milanese – che, a sua discolpa, ha anche ricordato che se scrive lui sul Corsera, Fini avrebbe potuto farlo centomila volte meglio) e, per soprammercato, antioccidentalismo urticante. Ebbene, c’è un filo sottile che tiene su un sistema organico di idee, in molti casi estreme, che il Nostro ha consolidato con profonde letture nel corso di cinquant’anni di onorato servizio, scrivendo di Nietzsche, Nerone, Catilina e finanche del Mullah Omar e sfornando articoli, reportage, interviste per un’infinità di giornali (l’Europeo di Tommaso Giglio resta il suo periodo migliore), che andrebbero fatti studiare nelle scuole di giornalismo. Si tratta di idee che hanno imposto, a chi in questo Paese conserva un minimo di onestà intellettuale, l’obbligo di ragionare, sempre e comunque, senza appecoronarsi al conformismo più sordido. Da questo punto di vista, la sua ampia critica all’illuminismo, non è mai stata una critica alla ragione. Tutt’altro. Porsi dalla parte meno comoda, quando farlo ha comportato pagare prezzi altissimi, ha rappresentato per questo sfegatato bastian contrario il leit motiv di una vita vissuta pericolosamente che, quando ha presentato il conto, non lo ha mai visto atteggiarsi a martire. E sempre, in questo suo peregrinare alla ricerca di miti da sfatare, lo ha fatto con una pietas che, oggi, i tanti professionisti dell’anticonformismo, da lui costantemente sbertucciati, e che svolgono la professione per opportunismo e non per convinzione, non sanno neanche cosa sia. Claudio Martelli, suo amico d’infanzia, ha rimarcato il tratto celiniano della sua scrittura e, più in generale, del suo pensiero, come a voler insinuare l’idea che il Nostro si sia lasciato prendere la mano nella scelta consapevole di percorrere questa e non altre strade più gratificanti, dal punto di vista umano e professionale. E se vale, per quello che vale, anche il giudizio di Feltri quando ha scritto che siamo dinanzi ad «un giornalista mancato», a cui peraltro lo stesso Fini ha ricordato che «è meglio che essere un uomo mancato», non resta che confermare, ora più che mai, la nostra infinita gratitudine a questo campione di libertà, coerente fino al midollo con le prorie idee e capace, con ciò che ha scritto e detto in questi anni, di farci sentire ancora vivi in un Paese morto. Quando gli ho chiesto di autografarmi la copia de Il Conformista e, tra le altre cose, gli ho detto di aver fatto circa mille chilometri per incontrarlo, ha sollevato di scatto la testa e abbracciandomi forte, ha sussurrato:«Tu sei un pazzo. Sono commosso. Stasera ti sono debitore». E mi ha fatto una dedica lunghissima e incomprensibile che resterà il mio più prezioso legame con questo uomo straordinario. Due giorni dopo il mio ritorno al grigiore quotidiano, Fini ha annunciato sul suo sito di essere diventato cieco. «In sostanza non posso più leggere e quindi nemmeno scrivere…Una Vita è quindi il mio ultimo libro. E la mia storia, di scrittore e giornalista, finisce qui…». Chapeau.

Il tamponamento al sud

La scorsa settimana, tampono lievemente un’auto nuova di zecca che a sua volta aveva già tamponato, in modo altrettanto lieve, una macchina così malandata che, se fossi stato un uomo di legge, non avrei esitato un minuto ad ammanettare la signora alla guida, dopo averne richiesto, s’intende, le generalità. E, invece, mio malgrado, sono stato complice involontario di una delle più classiche e meschine pantomime che i meridionali mettono su quando c’è di mezzo un tamponamento. Sembra una liturgia, di quelle dove ognuno conosce a menadito il proprio ruolo. Posso soltanto immaginare i tanti anni di studio ‘matto e disperatissimo’ che i nostri eroi-attori hanno impiegato per allestire la performance della vita, quella in grado di nobilitare un’esistenza altrimenti vana. Parlo della grottesca rappresentazione dell’arte di truffare, inscenata da personaggi miserabili, topi di chiavica, intenti a recitare l’unico copione a loro noto, quello del fancazzista terrone, voglioso di raggranellare soldi senza lavorare. E quando il genio di turno recita male la parte perché ha pur sempre il cervello di una gallina, ecco sopraggiungere l’azzeccagarbugli laureato in truffologia o, in alternativa, l’assicuratore-perito-esperto di nulla che, nel tempo libero, arrotonda i suoi lauti guadagni vendendo agli ‘sfigati’ della mia generazione, oltre alla polizza, anche un po’ di inutili fondi pensione. A pensarci bene i quarantenni dovrebbero avere seri problemi di identità, visto che si trovano ad avere a che fare con una generazione, la precedente, che gli ha sottratto il futuro e la successiva che gli ‘fotte’ il presente, postando poi video su youtube. Dicevo: tampono una fiammante Lancia Y super accessoriata di un ventenne arrogantello, dichiaratamente disoccupato o quanto meno occupato a sputtanare i soldi di papà, e gli rompo il paraurti posteriore. Ad occhio è sembrato un danno di duecento euro, non di più. Intanto lui aveva già urtato la macchina della signora che lo precedeva, assolutamente senza il mio contributo. Dunque, nessun tamponamento a catena. I due, quando maldestramente sono arrivato con la mia auto, stavano già parlottando tra loro e, visto le grasse risate e le rassicurazioni che la donna rivolgeva al ragazzo, ho pensato che si conoscessero. Infatti, dopo qualche minuto, mentre io, incazzato come una belva, controllavo i danni alla mia macchina (il meccanico ha preteso 150 euro sull’unghia), i due si sono salutati con baci e pacche sulla spalla all’insegna del classico ‘volemose bene’ e ‘scurdammoce o passat’. Almeno così mi è sembrato di capire. E, invece, come al solito non avevo capito un cazzo. Avendo causato il danno all’auto che mi precedeva, ho scambiato velocemente le generalità con lo sbarbatello e sono scappato via, furibondo con me stesso per l’ennesimo incidente capitato in pochi mesi. Sono talmente depresso che farei bene ad andare a piedi, almeno son sicuro di non creare pericolo agli altri e ulteriore danno alle mie già magre finanze. In ogni caso la storia diventa interessante quando mi reco dall’assicuratore per capire il da farsi. Il tuttologo, in aperta competizione con le agenzie del gruppo Zurich che, indebitamente gli consente di vendere polizze da diversi anni, dopo la mia descrizione dei fatti, ritiene giusto (per lui!) che tenti di raggiungere un accordo con il ‘tamponato’, visto che i danni non sono elevati e riguardano una sola macchina. L’accordo in questi casi consiste nel riparare a proprie spese la macchina danneggiata. Ho ascoltato le sue ragioni e, pur non condividendole (l’ho pregato di non creare ulteriori problemi; del resto, pago il premio assicurativo (premio di che? boh!!) per rimborsare eventuali danni arrecati a terzi), ho lasciato che al ragazzo fosse proposta la sua opzione. Da notare, la particolare predisposizione del buon’uomo a prendere contatti e organizzare incontri per concludere l’accordo. Evidentemente, un sinistro tra i suoi assicurati gli avrebbe fatto perdere il premio messo in palio dall’agenzia generale: panettone con uvetta a Natale e scatola di torroncini made in Turchia. Ma tant’è! I due si sono incontrati qualche giorno dopo ed è venuta fuori un’assurda e demenziale ‘sceneggiata napoletana’. Il ragazzo ha raccontato che la signora sorridente, pur non avendo avuto alcun danno alla propria auto (il genio ha mostrato delle foto…), ha scoperto, dopo essersi consigliata con un legale, di aver rischiato seriamente la vita a seguito del violentissimo urto subito. È stato, quindi, necessario l’intervento urgente del pronto soccorso del nosocomio cittadino, dove i sanitari di turno hanno diagnosticato alla poverina una forma degenerativa di ‘risata epilettica’ guaribile, con la mano del Signore, sia ben chiaro, in trenta giorni. A seguito di questa gravissima situazione, il malcapitato, con voce tremante e lacrime agli occhi, ha raccolto le sue poche forze e, con dovizia di particolari, ha spiegato di essere stato anch’egli costretto a sottoporsi alle cure del caso. Tuttavia, ha aggiunto con fermezza e, a scanso di equivoci, di essere stato più fortunato della signora che, purtroppo per lei, ancora lotta tra la vita e la morte. Quanto alla Lancia Y, meglio tacere. I danni sono stati talmente ingenti che un suo amico meccanico ha trattenuto a stento una crisi di pianto quando l’ha vista. Per alcuni meccanici le macchine sono come figli, pezzi di cuore. Dunque, duecento euro sticazzi! Che l’assicurazione paghi i danni materiali, morali e ipotetici a questi poveri cristi che hanno avuto la disavventura di trovare sulla propria strada un terrorista delle quattro ruote. E che l’assegno sia consistente, perché c’è da ‘mantenere’ più di una famiglia per i prossimi mesi, almeno fino alla prossima truffa. Bene. Dopo aver ascoltato una siffatta descrizione degli eventi che definire surreale è puro eufemismo, ho intimato all’assicuratore di predisporre immediatamente il modello da firmare per il danno arrecato a terzi, così come avevo già espressamente richiesto prima che partisse la pagliacciata di cui anche lui è stato un mirabile protagonista. Ma ho preteso di capire dove sta scritto che ‘cazzate’ del genere, raccontate da due gigli di campo che hanno descritto il più banale e innocuo degli incidenti come l’attacco giapponese a Pearl Harbor, possano giustificare un eventuale pagamento dell’assicurazione che vada oltre quei duecento euro di danni che ha subito solo e soltanto l’idiota che ho tamponato. Non ho avuto risposte, com’era prevedibile, da parte di chi in quel sistema ci sta come il topo nel formaggio. E mi sono sentito complice di questa feccia umana perché non ho provato a sfondare quel suo muro di gomma. Anzi, con la coda tra le gambe, sono tornato a casa in tempo per guardare la partita in tv e notare, in una delle curve, uno striscione profetico, più volte inquadrato, “Vesuvio, pensaci tu”. Ecco, appunto, pensaci tu e fallo presto.

Perchè amo i film di Verdone

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Avrò avuto tredici o forse quattordici anni quando ho visto per la prima volta al cinema un film di Carlo Verdone. Era ‘Borotalco’ e l’ho visto in una piccola sala nel centro storico di Salerno. Era la prima volta che costringevo mio padre a fare due cose che non avrebbe mai più rifatto: andare in un cinema di Salerno e vedere un film diverso da quelli che lui amava. Nel mio paese c’erano ben tre sale cinematografiche e in quegli anni davano tanti, forse troppi film. In particolare i western. Mio padre li adorava. Amava i film di Sergio Leone ed io con lui. Durante le lunghe proiezioni, finivo a fantasticare in un mondo tutto mio dove, i duelli epici sul grande schermo, rappresentavano un tipo di evasione che solo i ragazzi a quella età sanno immaginare. È stato allora che ho cominciato a dubitare del fatto che alla fine vincesse sempre il buono. Dei western mi piaceva tutto tranne il finale dove il migliore, o quello che veniva dipinto come tale, era sempre a favore di camera e di pubblico. Il Clint Eastwood della situazione, per intenderci. Ho sempre pensato che nella finzione così come nella vita reale, tutti abbiano delle ragioni da far valere e il bene (ma anche il male…) non sta mai da una sola parte. Da quel momento, i miei eroi non avrebbero mai rappresentato il bene tradizionale. E neanche il male, piuttosto il bene a modo mio, che era lontano anni luce dal conformismo di una morale corrente, ipocrita e perbenista che, nel frattempo, insegnavano a scuola. Dio che avrei dato per guidare la mano di Lee Van Cleef (Sentenza) o di Tuco per accoppare il Biondo nello scontro finale de ‘Il Buono, il brutto e il cattivo’. Ma non sarebbe stato politically correct, soprattutto nei confronti di mio padre che usciva dal cinema tutto soddisfatto per il lieto fine. Torniamo a Verdone. Io adoro i suoi film. Li ho visti tutti e considerando che l’uomo è intelligente e di cultura, molto più del Fellini nazionale tanto osannato (leggendo la sua biografia si apprende che Rossellini, Gassman, Leone e tanti altri mostri sacri del cinema italiano frequentavano casa sua per via del papà, noto critico cinematografico), del suo cinema mi affascina la capacità di confondere la tragicità della vita reale con un’ironia mai banale. Credo che questo sia il segreto di tutti i grandi, in ogni manifestazione artistica, dal cinema, alla letteratura e alla pittura. E  poi vuoi mettere quei suoi personaggi pazzeschi e i vari Mario Brega o Sora Lella o Alberto Sordi. Assolutamente fantastici! Ma l’amore per il primo Verdone è legato anche e, soprattutto, alle colonne sonore dei suoi film. Per ‘Borotalco’, un giovanissimo Gaetano Curreri regalò al regista romano Grande figlio di puttana e Chi te l’ha detto, due canzoni mitiche del ragazzo di Bologna che, proprio in quegli anni, tentava con il suo gruppo l’avventura solitaria dopo aver collaborato con l’immenso Lucio Dalla. Sono state quelle canzoni a farmi amare, con i film di Verdone, gli Stadio. A pensarci bene c’è sempre stato un filo invisibile tra i western di Sergio Leone, le musiche di Morricone, i film di Carlo Verdone e la musica degli Stadio. Ho un ricordo particolare degli Stadio, di quando ero militare e durante il servizio di guardia notturna Gaetano Curreri mi teneva costantemente compagnia. C’era un ragazzo di Bari, un animo sensibile, intelligentissimo, laureato in Economia alla Bocconi e desideroso di sapere, quasi quanto me, a cosa servisse sprecare un anno tra quella gente che lo umiliava costantemente. Una sera, scoprì per caso che mi piaceva la musica degli Stadio e volle ascoltarla. Si comportava come un bambino capriccioso e gli lasciai tenere la mia radio con la musicassetta. Rimasi stupito dal fatto che fosse in grado di ricordare a memoria i testi, dopo averli ascoltati una o, al massimo, due volte. Io non ne ero assolutamente capace e soltanto oggi, dopo aver ascoltato quelle canzoni migliaia di volte, riesco a cantarle quasi interamente ai concerti…). Ricordo che una canzone in particolare, la più bella del cantautore bolognese, Ballando al buio, lo mandava letteralmente in estasi. Si abbandonava totalmente, diventando un’altra persona per i pochi minuti in cui un testo raffinato diventava tutt’uno con una musica sublime. Una mattina come tante, veniamo convocati nella palestra della caserma. Qualcuno avverte che il comandante ha delle comunicazioni importanti da fare. «Uno di voi, non ha fatto rientro in caserma. Era in licenza da cinque giorni. Lo hanno trovato stamattina su una panchina in un parco. Aveva una siringa infilata nel braccio sinistro». Ho sempre saputo che quel ragazzo, così estraneo ad un mondo tanto rozzo, seduto su una panchina in un parco qualsiasi, aveva con sè anche la mia radio e …c’è stato qualcuno che ha giurato di averlo sentito cantare Ballando al buio insieme a Gaetano.

 

Berlusconi vs Santoro

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Di Berlusconi, negli ultimi vent’anni, mi ha colpito una frase che, se fosse vera – con lui c’è sempre da dubitare di tutto e, come diceva Montanelli, è il primo a credere alle bugie che dice – racchiude in sé l’essenza del personaggio. A chi gli domandava, «Ma lei, chi rappresenta?», lo statista rispondeva serafico: «Rappresento l’italiano bocciato in prima media che in classe siede all’ultimo banco». Credo che in cuor suo avrebbe volentieri aggiunto, anche chi, sempre dall’ultimo banco, scoreggia e rutta, quando non dorme e russa. Considerando che la maggioranza degli italiani non legge un libro che sia uno in dodici o più mesi e che gli investimenti in cultura, nel nostro paese, raggiungono percentuali da albumina, i conti tornano e il nostro sa il fatto suo quando dice quello che dice. Gli ultimi dieci anni, ne sono la triste conferma. Continua a leggere

Ermanno Guerra, che gran signore!

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A me che non lo avevo mai visto né sentito parlare, Ermanno Guerra è sembrato persona talmente perbene oltre che colta, da insinuarmi il dubbio che non c’entrasse nulla con la politica, almeno quella vista negli ultimi anni. E, invece, il garbo e lo spessore di questo ‘uomo di De Luca’, Assessore alla Cultura e Università del Comune di Salerno, ascoltato mentre parlava di primarie in una locale sede del Pd – ma avrebbe potuto parlare di una qualsiasi altra cosa – ha dimostrato l’esatto contrario. Continua a leggere

Renzi a Salerno

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È il giorno di Matteo Renzi a Salerno. Mi dicono che fin dal primo mattino il centro città è bloccato. Decido, quindi, di parcheggiare lontano dall’Hotel Salerno dove si terrà l’incontro; mi seccherebbe perdere tempo nel traffico cittadino o, peggio, cercare un posto auto che rischierei di non trovare. Farò qualche chilometro a piedi. È una mattinata fresca, sarà una passeggiata piacevole… Continua a leggere