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A me che non lo avevo mai visto né sentito parlare, Ermanno Guerra è sembrato persona talmente perbene oltre che colta, da insinuarmi il dubbio che non c’entrasse nulla con la politica, almeno quella vista negli ultimi anni. E, invece, il garbo e lo spessore di questo ‘uomo di De Luca’, Assessore alla Cultura e Università del Comune di Salerno, ascoltato mentre parlava di primarie in una locale sede del Pd – ma avrebbe potuto parlare di una qualsiasi altra cosa – ha dimostrato l’esatto contrario. Un uomo giusto al posto giusto. Uno che amministra la sua città da tanto e che, negli ultimi anni, quelli ruggenti di De Luca, è diventato un riferimento per la scuola, di cui si occupa quasi a tempo pieno. Non ho avuto modo di approfondire il suo percorso politico ma ho percepito, da quello che ha detto e dal modo in cui lo ha detto, la conoscenza derivante da militanza di lungo corso. Non un conoscere asettico, frutto di indottrinamento e liturgie di partito, piuttosto il sapere tipico di chi ha incontrato le donne e gli uomini che, senza riserve, gli avrebbero conferito un mandato per essere amministrati. Ha avuto ragione nel sottolineare la fatica fisica che tutto ciò ha comportato: non si può improvvisare nel costruire rapporti, soprattutto con chi ti chiede di rappresentarlo. Sembra strano che, oggi, un politico possa anche solo pensare di dover rispondere a qualcuno per la gestione della cosa pubblica. Così vili nell’occupare posti o nell’esercitare il potere che la protervia esibita, anche solo verbale, sembra essere l’unico requisito da possedere. Non così Guerra, attento ad ascoltare e consigliare perché consapevole che nelle piccole realtà locali nasce la legittimazione del buon politico. Parla dell’arte nobile di fare politica che, in bocca a lui, perde quell’odiosa cornice di ipocrisia che i tanti mestieranti improvvisati, senza vergogna alcuna, continuano a propinarci in tutte le salse. Parla della distanza tra l’amministratore in comune e quello di altri enti, ben più importanti, ma proprio per questo distanti dalla realtà, «ho chiesto tre mesi fa un appuntamento al vice presidente della Regione Campania, De Mita (un nome, una garanzia! ndr) – racconta con evidente ironia – e, soltanto oggi, dopo essermi più volte chiesto con chi parli costui se non con un Assessore di un Comune, ho ricevuto l’invito per recarmi presso i suoi uffici in Regione». Spiega con lucida pacatezza come le primarie debbano essere un momento di ritrovata partecipazione delle persone alla vita pubblica, lasciando passare il messaggio secondo cui, i cinque candidati che si propongono per la guida del paese, hanno tutti dignità e qualità personali, tali da non giustificare nessun tipo di faziosità o rissa da bar tra chi sosterrà l’uno o l’altro. Ha espresso quest’ultimo concetto, tra lo stupore di chi, poco prima, aveva perorato con veemenza e acredine la causa Bersani, dipingendo Renzi come un Berlusconi da abbattere. E lo ha fatto non prima di aver spiegato le ragioni del suo sostegno a Bersani.