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Avrò avuto tredici o forse quattordici anni quando ho visto per la prima volta al cinema un film di Carlo Verdone. Era ‘Borotalco’ e l’ho visto in una piccola sala nel centro storico di Salerno. Era la prima volta che costringevo mio padre a fare due cose che non avrebbe mai più rifatto: andare in un cinema di Salerno e vedere un film diverso da quelli che lui amava. Nel mio paese c’erano ben tre sale cinematografiche e in quegli anni davano tanti, forse troppi film. In particolare i western. Mio padre li adorava. Amava i film di Sergio Leone ed io con lui. Durante le lunghe proiezioni, finivo a fantasticare in un mondo tutto mio dove, i duelli epici sul grande schermo, rappresentavano un tipo di evasione che solo i ragazzi a quella età sanno immaginare. È stato allora che ho cominciato a dubitare del fatto che alla fine vincesse sempre il buono. Dei western mi piaceva tutto tranne il finale dove il migliore, o quello che veniva dipinto come tale, era sempre a favore di camera e di pubblico. Il Clint Eastwood della situazione, per intenderci. Ho sempre pensato che nella finzione così come nella vita reale, tutti abbiano delle ragioni da far valere e il bene (ma anche il male…) non sta mai da una sola parte. Da quel momento, i miei eroi non avrebbero mai rappresentato il bene tradizionale. E neanche il male, piuttosto il bene a modo mio, che era lontano anni luce dal conformismo di una morale corrente, ipocrita e perbenista che, nel frattempo, insegnavano a scuola. Dio che avrei dato per guidare la mano di Lee Van Cleef (Sentenza) o di Tuco per accoppare il Biondo nello scontro finale de ‘Il Buono, il brutto e il cattivo’. Ma non sarebbe stato politically correct, soprattutto nei confronti di mio padre che usciva dal cinema tutto soddisfatto per il lieto fine. Torniamo a Verdone. Io adoro i suoi film. Li ho visti tutti e considerando che l’uomo è intelligente e di cultura, molto più del Fellini nazionale tanto osannato (leggendo la sua biografia si apprende che Rossellini, Gassman, Leone e tanti altri mostri sacri del cinema italiano frequentavano casa sua per via del papà, noto critico cinematografico), del suo cinema mi affascina la capacità di confondere la tragicità della vita reale con un’ironia mai banale. Credo che questo sia il segreto di tutti i grandi, in ogni manifestazione artistica, dal cinema, alla letteratura e alla pittura. E  poi vuoi mettere quei suoi personaggi pazzeschi e i vari Mario Brega o Sora Lella o Alberto Sordi. Assolutamente fantastici! Ma l’amore per il primo Verdone è legato anche e, soprattutto, alle colonne sonore dei suoi film. Per ‘Borotalco’, un giovanissimo Gaetano Curreri regalò al regista romano Grande figlio di puttana e Chi te l’ha detto, due canzoni mitiche del ragazzo di Bologna che, proprio in quegli anni, tentava con il suo gruppo l’avventura solitaria dopo aver collaborato con l’immenso Lucio Dalla. Sono state quelle canzoni a farmi amare, con i film di Verdone, gli Stadio. A pensarci bene c’è sempre stato un filo invisibile tra i western di Sergio Leone, le musiche di Morricone, i film di Carlo Verdone e la musica degli Stadio. Ho un ricordo particolare degli Stadio, di quando ero militare e durante il servizio di guardia notturna Gaetano Curreri mi teneva costantemente compagnia. C’era un ragazzo di Bari, un animo sensibile, intelligentissimo, laureato in Economia alla Bocconi e desideroso di sapere, quasi quanto me, a cosa servisse sprecare un anno tra quella gente che lo umiliava costantemente. Una sera, scoprì per caso che mi piaceva la musica degli Stadio e volle ascoltarla. Si comportava come un bambino capriccioso e gli lasciai tenere la mia radio con la musicassetta. Rimasi stupito dal fatto che fosse in grado di ricordare a memoria i testi, dopo averli ascoltati una o, al massimo, due volte. Io non ne ero assolutamente capace e soltanto oggi, dopo aver ascoltato quelle canzoni migliaia di volte, riesco a cantarle quasi interamente ai concerti…). Ricordo che una canzone in particolare, la più bella del cantautore bolognese, Ballando al buio, lo mandava letteralmente in estasi. Si abbandonava totalmente, diventando un’altra persona per i pochi minuti in cui un testo raffinato diventava tutt’uno con una musica sublime. Una mattina come tante, veniamo convocati nella palestra della caserma. Qualcuno avverte che il comandante ha delle comunicazioni importanti da fare. «Uno di voi, non ha fatto rientro in caserma. Era in licenza da cinque giorni. Lo hanno trovato stamattina su una panchina in un parco. Aveva una siringa infilata nel braccio sinistro». Ho sempre saputo che quel ragazzo, così estraneo ad un mondo tanto rozzo, seduto su una panchina in un parco qualsiasi, aveva con sè anche la mia radio e …c’è stato qualcuno che ha giurato di averlo sentito cantare Ballando al buio insieme a Gaetano.