La scorsa settimana, tampono lievemente un’auto nuova di zecca che a sua volta aveva già tamponato, in modo altrettanto lieve, una macchina così malandata che, se fossi stato un uomo di legge, non avrei esitato un minuto ad ammanettare la signora alla guida, dopo averne richiesto, s’intende, le generalità. E, invece, mio malgrado, sono stato complice involontario di una delle più classiche e meschine pantomime che i meridionali mettono su quando c’è di mezzo un tamponamento. Sembra una liturgia, di quelle dove ognuno conosce a menadito il proprio ruolo. Posso soltanto immaginare i tanti anni di studio ‘matto e disperatissimo’ che i nostri eroi-attori hanno impiegato per allestire la performance della vita, quella in grado di nobilitare un’esistenza altrimenti vana. Parlo della grottesca rappresentazione dell’arte di truffare, inscenata da personaggi miserabili, topi di chiavica, intenti a recitare l’unico copione a loro noto, quello del fancazzista terrone, voglioso di raggranellare soldi senza lavorare. E quando il genio di turno recita male la parte perché ha pur sempre il cervello di una gallina, ecco sopraggiungere l’azzeccagarbugli laureato in truffologia o, in alternativa, l’assicuratore-perito-esperto di nulla che, nel tempo libero, arrotonda i suoi lauti guadagni vendendo agli ‘sfigati’ della mia generazione, oltre alla polizza, anche un po’ di inutili fondi pensione. A pensarci bene i quarantenni dovrebbero avere seri problemi di identità, visto che si trovano ad avere a che fare con una generazione, la precedente, che gli ha sottratto il futuro e la successiva che gli ‘fotte’ il presente, postando poi video su youtube. Dicevo: tampono una fiammante Lancia Y super accessoriata di un ventenne arrogantello, dichiaratamente disoccupato o quanto meno occupato a sputtanare i soldi di papà, e gli rompo il paraurti posteriore. Ad occhio è sembrato un danno di duecento euro, non di più. Intanto lui aveva già urtato la macchina della signora che lo precedeva, assolutamente senza il mio contributo. Dunque, nessun tamponamento a catena. I due, quando maldestramente sono arrivato con la mia auto, stavano già parlottando tra loro e, visto le grasse risate e le rassicurazioni che la donna rivolgeva al ragazzo, ho pensato che si conoscessero. Infatti, dopo qualche minuto, mentre io, incazzato come una belva, controllavo i danni alla mia macchina (il meccanico ha preteso 150 euro sull’unghia), i due si sono salutati con baci e pacche sulla spalla all’insegna del classico ‘volemose bene’ e ‘scurdammoce o passat’. Almeno così mi è sembrato di capire. E, invece, come al solito non avevo capito un cazzo. Avendo causato il danno all’auto che mi precedeva, ho scambiato velocemente le generalità con lo sbarbatello e sono scappato via, furibondo con me stesso per l’ennesimo incidente capitato in pochi mesi. Sono talmente depresso che farei bene ad andare a piedi, almeno son sicuro di non creare pericolo agli altri e ulteriore danno alle mie già magre finanze. In ogni caso la storia diventa interessante quando mi reco dall’assicuratore per capire il da farsi. Il tuttologo, in aperta competizione con le agenzie del gruppo Zurich che, indebitamente gli consente di vendere polizze da diversi anni, dopo la mia descrizione dei fatti, ritiene giusto (per lui!) che tenti di raggiungere un accordo con il ‘tamponato’, visto che i danni non sono elevati e riguardano una sola macchina. L’accordo in questi casi consiste nel riparare a proprie spese la macchina danneggiata. Ho ascoltato le sue ragioni e, pur non condividendole (l’ho pregato di non creare ulteriori problemi; del resto, pago il premio assicurativo (premio di che? boh!!) per rimborsare eventuali danni arrecati a terzi), ho lasciato che al ragazzo fosse proposta la sua opzione. Da notare, la particolare predisposizione del buon’uomo a prendere contatti e organizzare incontri per concludere l’accordo. Evidentemente, un sinistro tra i suoi assicurati gli avrebbe fatto perdere il premio messo in palio dall’agenzia generale: panettone con uvetta a Natale e scatola di torroncini made in Turchia. Ma tant’è! I due si sono incontrati qualche giorno dopo ed è venuta fuori un’assurda e demenziale ‘sceneggiata napoletana’. Il ragazzo ha raccontato che la signora sorridente, pur non avendo avuto alcun danno alla propria auto (il genio ha mostrato delle foto…), ha scoperto, dopo essersi consigliata con un legale, di aver rischiato seriamente la vita a seguito del violentissimo urto subito. È stato, quindi, necessario l’intervento urgente del pronto soccorso del nosocomio cittadino, dove i sanitari di turno hanno diagnosticato alla poverina una forma degenerativa di ‘risata epilettica’ guaribile, con la mano del Signore, sia ben chiaro, in trenta giorni. A seguito di questa gravissima situazione, il malcapitato, con voce tremante e lacrime agli occhi, ha raccolto le sue poche forze e, con dovizia di particolari, ha spiegato di essere stato anch’egli costretto a sottoporsi alle cure del caso. Tuttavia, ha aggiunto con fermezza e, a scanso di equivoci, di essere stato più fortunato della signora che, purtroppo per lei, ancora lotta tra la vita e la morte. Quanto alla Lancia Y, meglio tacere. I danni sono stati talmente ingenti che un suo amico meccanico ha trattenuto a stento una crisi di pianto quando l’ha vista. Per alcuni meccanici le macchine sono come figli, pezzi di cuore. Dunque, duecento euro sticazzi! Che l’assicurazione paghi i danni materiali, morali e ipotetici a questi poveri cristi che hanno avuto la disavventura di trovare sulla propria strada un terrorista delle quattro ruote. E che l’assegno sia consistente, perché c’è da ‘mantenere’ più di una famiglia per i prossimi mesi, almeno fino alla prossima truffa. Bene. Dopo aver ascoltato una siffatta descrizione degli eventi che definire surreale è puro eufemismo, ho intimato all’assicuratore di predisporre immediatamente il modello da firmare per il danno arrecato a terzi, così come avevo già espressamente richiesto prima che partisse la pagliacciata di cui anche lui è stato un mirabile protagonista. Ma ho preteso di capire dove sta scritto che ‘cazzate’ del genere, raccontate da due gigli di campo che hanno descritto il più banale e innocuo degli incidenti come l’attacco giapponese a Pearl Harbor, possano giustificare un eventuale pagamento dell’assicurazione che vada oltre quei duecento euro di danni che ha subito solo e soltanto l’idiota che ho tamponato. Non ho avuto risposte, com’era prevedibile, da parte di chi in quel sistema ci sta come il topo nel formaggio. E mi sono sentito complice di questa feccia umana perché non ho provato a sfondare quel suo muro di gomma. Anzi, con la coda tra le gambe, sono tornato a casa in tempo per guardare la partita in tv e notare, in una delle curve, uno striscione profetico, più volte inquadrato, “Vesuvio, pensaci tu”. Ecco, appunto, pensaci tu e fallo presto.