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Ho avuto l’onore di conoscere Massimo Fini a Milano lo scorso 3 marzo alla presentazione del suo ultimo libro Una vita Un libro per tutti. O per nessuno. Se solo avesse deciso (lui o chi per lui) di presentare il libro un mese fa o tra un mese, sicuramente non avrei affrontato un’andata e ritorno da Milano in un giorno e poco più, senza preoccuparmi di trovare un posto dove dormire e scoprendo di avere ancora un po’ di quella sana incoscienza da adolescente che pensavo di aver smarrito con l’età. E se la bella ragazza di Casa Italo, anziché convincermi della bontà di una carta fedeltà da acquistare prima di salire in treno, avesse sostituito celermente il biglietto di ritorno, avrei concluso il mio momento particolare con un invidiabile record personale, aggiungendo un tocco di magia ad un pomeriggio già di suo straordinario. Perché Massimo Fini è esattamente l’uomo che emerge dai suoi scritti. Che se letti distrattamente e con i paraocchi ideologici con cui in Italia, beotamente, si spazia dal calcio alla cultura (quella dei Fazio, Saviano e compagnia cantante), portano dritto e di filato il sapientone di turno a formulare ridicole e fumose accuse di fondamentalismo irriverente, antisemitismo strisciante, misoginia esasperante, narcisismo infantile, giacobinismo d’annata, intravagliamento dell’ultim’ora (termine usato da un livoroso Aldo Grasso – presente alla serata milanese – che, a sua discolpa, ha anche ricordato che se scrive lui sul Corsera, Fini avrebbe potuto farlo centomila volte meglio) e, per soprammercato, antioccidentalismo urticante. Ebbene, c’è un filo sottile che tiene su un sistema organico di idee, in molti casi estreme, che il Nostro ha consolidato con profonde letture nel corso di cinquant’anni di onorato servizio, scrivendo di Nietzsche, Nerone, Catilina e finanche del Mullah Omar e sfornando articoli, reportage, interviste per un’infinità di giornali (l’Europeo di Tommaso Giglio resta il suo periodo migliore), che andrebbero fatti studiare nelle scuole di giornalismo. Si tratta di idee che hanno imposto, a chi in questo Paese conserva un minimo di onestà intellettuale, l’obbligo di ragionare, sempre e comunque, senza appecoronarsi al conformismo più sordido. Da questo punto di vista, la sua ampia critica all’illuminismo, non è mai stata una critica alla ragione. Tutt’altro. Porsi dalla parte meno comoda, quando farlo ha comportato pagare prezzi altissimi, ha rappresentato per questo sfegatato bastian contrario il leit motiv di una vita vissuta pericolosamente che, quando ha presentato il conto, non lo ha mai visto atteggiarsi a martire. E sempre, in questo suo peregrinare alla ricerca di miti da sfatare, lo ha fatto con una pietas che, oggi, i tanti professionisti dell’anticonformismo, da lui costantemente sbertucciati, e che svolgono la professione per opportunismo e non per convinzione, non sanno neanche cosa sia. Claudio Martelli, suo amico d’infanzia, ha rimarcato il tratto celiniano della sua scrittura e, più in generale, del suo pensiero, come a voler insinuare l’idea che il Nostro si sia lasciato prendere la mano nella scelta consapevole di percorrere questa e non altre strade più gratificanti, dal punto di vista umano e professionale. E se vale, per quello che vale, anche il giudizio di Feltri quando ha scritto che siamo dinanzi ad «un giornalista mancato», a cui peraltro lo stesso Fini ha ricordato che «è meglio che essere un uomo mancato», non resta che confermare, ora più che mai, la nostra infinita gratitudine a questo campione di libertà, coerente fino al midollo con le prorie idee e capace, con ciò che ha scritto e detto in questi anni, di farci sentire ancora vivi in un Paese morto. Quando gli ho chiesto di autografarmi la copia de Il Conformista e, tra le altre cose, gli ho detto di aver fatto circa mille chilometri per incontrarlo, ha sollevato di scatto la testa e abbracciandomi forte, ha sussurrato:«Tu sei un pazzo. Sono commosso. Stasera ti sono debitore». E mi ha fatto una dedica lunghissima e incomprensibile che resterà il mio più prezioso legame con questo uomo straordinario. Due giorni dopo il mio ritorno al grigiore quotidiano, Fini ha annunciato sul suo sito di essere diventato cieco. «In sostanza non posso più leggere e quindi nemmeno scrivere…Una Vita è quindi il mio ultimo libro. E la mia storia, di scrittore e giornalista, finisce qui…». Chapeau.